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Museo del tulle

immagine articoloMuseo del tulle
L'ARTE DEL MERLETTO

L'arte del merletto e delle trine entra prepotentemente a far parte della storia del costume, unendo con sapienza gusto e abilità esecutiva. Fin dalle sue prime forme, questo lavoro viene realizzato con diversi strumenti: la sfilatura del tessuto, il tombolo e i fuselli, oppure l'ago a "punto in aria" tipico di Venezia.

Dal Seicento all'Ottocento il merletto, per la sua preziosità, costituisce uno degli elementi di distinzione del ceto sociale nobile e alto borghese; viene richiesto da committenze facoltose, destinato ad arricchire gli abiti degli aristocratici, del clero e ad abbellire gli altari nelle cattedrali.
 La produzione italiana è la più ricercata, apprezzata anche all'estero: il protocollo delle varie Corti Reali europee obbliga i nobili a presentarsi con abiti ornati di pizzi.
 In Francia, alla metà del XVII secolo, sotto Luigi XIV, si tenta di limitare la forte importazione delle trine italiane, che, costosissime, gravano pesantemente sulla crescente crisi finanziaria del Paese.  Nel 1665, con un provvedimento straordinario, il ministro delle finanze Colbert, organizza la produzione sul territorio francese: chiama, allettandole con vantaggiosi trattamenti economici, merlettaie da Venezia e dalle Fiandre, per insegnare la tecnica alle lavoranti locali; nascono così le "Manifatture reali del punto di Francia".
 In Italia, vista la necessità di salvaguardare questo settore divenuto essenziale per l'economia, vengono previste gravi sanzioni per coloro che lo danneggiano: a Venezia, i lavoranti che divulgano i segreti di fabbricazione, vengono severamente puniti come "traditori della patria". Tutto ciò non è sufficiente, perchè le manifatture francesi sviluppano una tecnica particolare che permette la produzione più veloce e l'effetto del merletto più leggero e, soprattutto, impediscono lo "spionaggio industriale".
Con la Rivoluzione industriale e l'introduzione delle macchine tessili, il settore dell'abbigliamento subisce una vera e propria trasformazione con l'inevitabile impoverimento decorativo soprattutto di pizzi e merletti. Nel 1809 l'inglese Heatchcoat, inventa un telaio per produrre il tulle meccanicamente: si tratta di un carro in metallo su cui lavorano contemporaneamente molti rocchetti con fili che si intrecciano seguendo un sistema di aghi predisposti in precedenza secondo il disegno di base. Viene prodotto un tessuto leggero e vaporoso, ma resistente, il tulle.
In Italia queste macchine giungono nel 1871, ma vengono introdotte nelle produzioni solamente dieci anni dopo, nel 1881, con la presenza ufficiale nell'Esposizione di Milano.
Con la base realizzata a macchina, ha origine un nuovo modo di lavorare: eseguire un ricamo ad intaglio e applicarlo o ricamare direttamente su tulle, permette di ottenere trasparenza simile, se non migliore, al merletto "vero" realizzato fino ad allora solo con i fuselli.
Ma la Rivoluzione industriale porta anche un grande benessere alla borghesia europea che ha saputo, o potuto, investire nelle innovazioni tecniche. La nuova e ricca borghesia desidera competere con la classe nobile, ancora potente. Il mercato si ingrandisce, acquisendo questa nuova fascia di compratori, a vantaggio delle industrie del lusso: è questo il momento di maggior splendore e ricchezza per il merletto, che rilancia antichi motivi decorativi e propone nuove tecniche esecutive, favorito anche dall'evolu-zione del costume, soprattutto femminile.
L'arte del merletto e del ricamo è bella e piacevole, tipicamente femminile: viene praticata indistintamente dalle donne di ogni estrazione sociale, diventando la materia fondamentale di insegnamento negli istituti femminili. Dalle signore di buona famiglia viene praticata per diletto, nelle ore di svago, per le donne del popolo, invece, costituisce una fonte di sostentamento, a volte anche importante, che può essere svolta anche tra le mura domestiche lasciando spazio alle attività familiari e ai figli.
 Anche nei conventi il ricamo e il merletto non hanno mai cessato di essere prodotti, ad uso e consumo esclusivo della committenza ecclesiastica; in queste sedi vivono un rinnovato vigore, venendo insegnato alle educande e svolto regolarmente dalle suore di ogni ordine religioso.
 A Panicale l'arte del merletto è comunque consolidata, almeno nei conventi, come dimostra anche il regolamento del Collegio per le Vergini di Maria in Panicale, fatto redigere nel 1750 da Mons. Virgilio Giannotti, Vescovo di Città della Pieve. In questo testo, nel capitolo relativo all'Accettazione dell'Abito religioso, viene elencata la dote che ogni ragazza dovrà portare in convento: tra le altre cose si richiede un Cuscino da cucire con tutte le cose necessarie e un Pallone da lavorare merletti, ovvero il tombolo.
 La consultazione di tale documento è stata possibile grazie all'Associazione culturale Pan Kalon che lo ha rinvenuto nel corso di una ricerca.
  questa la realtà dove nasce e cresce Anita Belleschi che per tutta la sua vita cercherà di sviluppare e affinare sia il gusto che le tecniche esecutive del ricamo su tulle, realizzando una produzione di alto artigianato artistico.

ANITA BELLESCHI GRIFONI: LA CREATIVITÀ E LA PASSIONE
Ritratto di una donna tra passato e futuro


Anita Belleschi nasce a Panicale nel 1889. Ancora giovanissima perde la madre e viene affidata all'Istituto del Sacro cuore di Gesù di Città della Pieve, affinchè ricevesse una seria educazione e dove apprese l'arte del ricamo.
Erano i primi anni Trenta quando Anita Belleschi Grifoni, già quarantenne, viene chiamata dalla Contessa Barabino di Lemura, per il restauro di un velo antico che la nobile definiva "veneziano" di Burano, ma forse di produzione francese.
Quel velo, veneziano o francese che fosse, la ispirò e decise di recuperare l'arte del ricamo su tulle, prendendo spunto anche dai numerosi esempi forniti dai pezzi antichi presenti nella Collegiata di S. Michele Arcangelo e in altre chiese locali. Nasceva così l'Ars Panicalensis. 
 I disegni della signora Anita, di gusto ottocentesco, erano principalmente composti da motivi floreali, arricchiti da grandi volute e festoni, o ancora composizioni di squisita eleganza con uccelli del paradiso tra rami fioriti, nodi d'amore, nastri, paesaggi, rondini, elementi campestri Dalla leggerezza del disegno si intuisce il gusto di una donna colta e raffinata, con un grande senso estetico, da tutti ricordata con profondo affetto e stima. Aveva avviato un'arte che doveva diventare impiego per le numerose "donne del paese", lasciate altrimenti alla sola cura della casa e dei figli. Un lavoro che doveva dare alle donne quell'indipendenza economica e morale non ancora acquisita come "naturale".
 La signora Anita era profondamente convinta delle potenzialità dell'Ars Panicalensis, per cui decise di inviare a Casa Savoia alcuni pezzi significativi a scopo promozionale.
 Anita realizzò insieme a sua figlia, Maria Teresa Grifoni, l'abitino da battesimo per la principessa Maria Pia di Savoia, figlia di Umberto e Maria Josè. Grazie a questi contatti il ricamo di Panicale diventò celebre tra i nobili e le famiglie dell'alta borghesia. Vennero commissionati veli da sposa, tovaglie e altri pezzi importanti destinati, oltre che ai privati, sia alle ambasciate che al mercato estero. L'impresa della signora Anita non aveva come obiettivo il suo interesse personale, ma piuttosto lo sviluppo di un tipo di attività che avrebbe permesso alle donne del paese di contribuire economicamente al bilancio familiare, realizzarsi nella sfera personale.
In quegli anni le panicalesi ricamavano ovunque: nei giardini pubblici, nelle piazze, nelle strade, sugli scalini delle case. I grandi lavori impiegavano gruppi di tre, quattro e più lavoranti, che predisponevano con estrema cura il luogo del ricamo, pavimento o tavolo che fosse. La passione per l'Ars Panicalensis era contagiosa e riusciva a coinvolgere anche adolescenti per le quali l'ago da ricamo era il miglior passatempo del mondo. Qualcuna delle lavoranti continuava a ricamare persino di notte, incurante della scarsità della luce e della fatica del giorno. 
Inizialmente la scuola di ricamo aveva sede presso l'ex scuola elementare, in via Roma al n. 4, nelle vicinanze dell'attuale Museo del tulle. Proprietaria dei locali era la Contessa Mancini di Lemura, che li aveva concessi gratuitamente e per questo le venivano donati con regolarità pregevoli manufatti in tulle, eseguiti a turno dalle allieve.
Anita era un'insegnante esigente, pretendeva il meglio da tutte e quando il risultato la deludeva, spazientita, pagava il lavoro e poi lo bruciava. Si racconta che per vedere meglio l'effetto globale di un ricamo particolarmente grande, veniva disteso il disegno lungo il borgo per osservarlo poi dall'alto di una finestra.
Alcune delle sue allieve raccontano anche di come lei avesse sempre una parola gentile da offrire e di come la scuola diventò non solo luogo di lavoro, ma anche di incontro e amicizia per donne di ogni età, che fra risate, caffè, scherzi realizzavano opere di alto artigianato.
Donna instancabile e volitiva, la signora Anita (detta amabilmente "Sora Anita"), fu per Panicale una figura centrale, ideatrice di spettacoli, scrittrice di canzoni, regista e coreografa, presidente della Pro-loco, sempre protesa verso la valorizzazione della sua città e dell'animazio-ne della fascia più giovane. Ideò un balletto folcloristico, il cui costume femminile veniva impreziosito da un grembiulino ricamato in Ars Panicalensis che la ballerina stessa aveva eseguito.
Morì all'età di novant'anni ricamando fino all'ultimo il suo amato tulle.
 

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